I grandi piloti: Tazio Nuvolari
Mercoledì 26 Dicembre 2007 alle 07:30 - ciccio85

Tazio Giorgio Nuvolari nacque a Castel d’Ario, provincia di Mantova, il 23 Ottobre del 1892 da Arturo Nuvolari, agricoltore benestante, ed Elisa Zorzi, donna di origine trentina. Da piccolo Tazio era un bambino arzillo e vivace e ne combinava di tutti i colori. La passione per la velocità lo prese fin dai primi anni di vita, quando, ancora troppo piccolo per guidare auto o moto, si divertiva ad attaccarsi alla coda del cavallo del padre e a farsi trascinare per i campi. Fu proprio così che avvenne il primo “incidente” della sua vita: all’età di 5 anni, in una di queste occasioni, il cavallo gli tirò un gran calcio spezzandogli una gamba. Gliela fasciarono con poca cura, tanto che da quel giorno Tazio rimase per sempre con una gamba leggermente più corta dell’altra.
Che il giovane avesse una particolare prediposizione per l’avventura i genitori lo capirono poco dopo, quando un giorno Tazio, con addosso una specie di tuta volante, si buttò dal tetto di un casolare vicino, per fortuna senza conseguenze. Il padre era un appassionato di ciclismo, così come lo zio, il quale fu anche uno dei primi venditori di moto Bianchi. La prima esperienza motoristica risale al 1905, quando Tazio, all’età di 13 anni, si impossessò della moto che lo zio aveva lasciato davanti casa per andare a scorazzare nelle campagne vicine. L’anno successivo, nel 1906, il padre e lo zio lo portarono in una zona alla periferia di Mantova, dove era atteso il passaggio delle vetture che partecipavano ad una delle prima gare automobilistiche dell’epoca.
Il ragazzino rimase incredibilmente affasciato dal coraggio di quei piloti, capaci di sfrecciare ad altissime velocità tra le insidie di quelle strette strade sterrate di campagna. Fu in quel momento, nonostante il volere dei genitori che avrebbero preferito per lui un futuro da fantino, che Tazio venne del tutto rapito dalla passione per le corse e per la velocità. Almeno nei primi anni di carriera, però, non furono le automobili la sua principale passione, tanto che Nuvolari iniziò ad essere conosciuto dal grande pubblico soprattutto per le imprese sulle due ruote. Ottenne la licenza da pilota motociclistico nel 1915, ma poco dopo, all’inizio della prima guerra mondiale, venne richiamato nell’esercito come autista. Nel 1917 sposò Carolina Perina con rito civile, cosa abbastanza scandalosa per l’epoca, mentre la sua prima corsa ufficiale risale al Giugno del 1920, quando partecipò ad una gara che si svolse sul Circuito Internazionale Motoristico di Cremona.

La prima vittoria della carriera in moto avvenne l’anno successivo a Verona, mentre iniziò a correre con assiduità a partire dal 1923, quando divenne un vero e proprio pilota professionista. In quell’anno tra Marzo e Novembre prese parte alla bellezza di 28 competizioni, 24 motociclistiche e 4 automobilistiche. Anche nel 1924 le due ruote rimasero il suo principale interesse: 19 corse contro le 5 in automobile. Nonostante le poche partecipazioni, comunque, la sua bravura al volante saltò subito fuori con naturalezza: in quelle 5 gare del 1924 arrivò la prima vittoria assoluta sul Circuito Golfo del Tigullio insieme ad altre 4 vittorie di classe, la maggior parte delle quali ottenute alla guida di una Chiribiri di tipo Monza.
Fu proprio in quella stagione e alla guida di quella Chiribiri che il giovane si ritrovò un giorno a lottare contro un avversario molto forte, uno dei pochi ai suoi livelli, un certo Enzo Ferrari. Ferrari parlò del primo incontro con Nuvolari con una certa nostalgia raccontando che prima della partenza non avrebbe mai immaginato che quel giovane così piccolo ed esile avrebbe potuto dargli filo da torcere in gara. Ed invece dopo poche curve dovette ricredersi e fu costretto a dare del proprio meglio, tra l’altro alla guida di un’auto superiore come un’Alfa 3 litri, per tenere dietro la Chiribiri di Nuvolari: Tazio riusciva ad essere incredibilmente veloce con qualsiasi mezzo gli si mettesse a disposizione, fosse esso a 2 o a quattro ruote.
La conferma delle sue capacità velocistiche arrivò l’anno successivo. Anche se il 1925 fu un’annata quasi esclusivamente dedicata alle moto, Tazio riuscì a sbalordire tutti pure sulle quattro ruote, nell’unica occasione avuta in quella stagione. L’Alfa Romeo, dopo che il suo pilota più forte Antonio Ascari (padre del grande Alberto Ascari) era morto in un incidente avvenuto nel Gran Premio di Francia, era alla disperata ricerca di un sostituto all’altezza. Così il 1° settembre del 1925, la scuderia italiana decise di invitare Nuvolari alle prove che si sarebbero svolte sul circuito di Monza. La vettura messa a disposizione era la celebre Alfa Romeo P2, auto che fino ad allora era stata la dominatrice incontrastata delle scene internazionali.

In un’occasione del genere Tazio non potè che dimostrare tutte le sue capacità: gli bastarono appena 5 giri per abbassare i tempi di Campari e Marinoni, i due piloti ufficiali Alfa, e per avvicinarsi al record del circuito di Ascari. Al sesto giro, però, forse a causa dell’eccessiva usura delle gomme, Nuvolari perse improvvisamente il controllo della vettura, incappando in un terribile incidente: venne sbalzato fuori dalla macchina e solo le recinzioni in filo spinato evitarono il peggio. La sua Alfa si distrusse e lui riportò serie ferite: i medici gli imposero un mese di riposo assoluto e l’abbandono definitivo delle gare motociclistiche. Quell’incidente, invece, determinò la nascita di un mito.
Tazio, infatti, non fu neanche sfiorato dall’idea di seguire i consigli dei dottori e soltanto dodici giorni dopo si ripresentò a Monza, questa volta in sella ad una motocicletta, per partecipare al Gran Premio delle nazioni. Si fece fasciare con delle strette bende chiedendo ai suoi meccanici di sorreggerlo in partenza ed afferrarlo all’arrivo. In quelle incredibili condizioni, nello stesso circuito in cui pochi giorni prima aveva rischiato la morte, fu capace di spingere al massimo la sua Bianchi 350 e di vincere il Gran Premio. Da quel giorno il suo nome iniziò a divenire popolarissimo e la folla iniziò a chiamarlo il campionissimo della due ruote, lo stesso soprannome che qualche anno dopo sarebbe stato attribuito anche al grande Fausto Coppi.
Stranamente, fu proprio nel momento di maggior successo nelle gare motociclistiche che Tazio decise di puntare fermamente alle quattro ruote. Nel 1927 alla guida di una Bianchi di tipo 20 conquistò il decimo posto alla Mille Miglia, mentre poco dopo con una Bugatti 35 vinse il Gran Premio Reale di Roma e quello del Circuito del Garda. Nell’inverno tra il 1927 ed il 1928 acquistò 4 Bugatti 35 e fondò a Mantova la scuderia Nuvolari, chiamando a correre al suo fianco un altro valido pilota, Achille Varzi. I risultati non si fecero attendere e Nuvolari conquistò il primo suo importante successo internazionale nel Marzo del 1928 vincendo il Gran Premio di Tripoli. La collaborazione con Achille Varzi si trasformò presto in un’accesa rivalità e Varzi, proveniente da una famiglia molto benestante, viste le continue vittorie di Nuvolari, decise di acquistare un’Alfa P2 e di lasciare la scuderia del mantovano.

La separazione, però, sarebbe durata ben poco: nel 1929 Nuvolari accettò di correre nella nuova scuderia Ferrari, ritornando al fianco di Varzi anche lui alla guida di un’Alfa P2. Si arrivò così alla Mille Miglia del 1930, corsa rimasta nella storia per un incredibile sorpasso di Nuvolari proprio ai danni di Achille Varzi. Si racconta che Tazio seguì Varzi a fari spenti per parte della notte, orientadosi per diversi chilometri con i fari posteriori del compagno, per poi sorprenderlo poco prima dell’alba ed involarsi verso una storica vittoria. I sonori successi di Nuvolari non lasciarono indifferente neanche il poeta Gabriele D’Annunzio, altro uomo da sempre attratto dal fascino della velocità, che gli donò una piccola tartaruga d’oro con su scritto: “L’animale più lento, all’uomo più veloce”. Eppure, nonostante fosse già popolarissimo, le sue più grandi imprese sarebbero ancora dovute arrivare.
Nel 1932, in occasione della Targa Florio, chiese ad Enzo Ferrari di poter avere come copilota un meccanico che non fosse tanto più pesante di lui. Al povero malcapitato Nuvolari disse che lo avrebbe avvertito con un urlo ad ogni curva particolarmente pericolosa, per evitare di farlo spaventare eccessivamente. Al termine della corsa, naturalmente vinta dal “Mantovano Volante” (come veniva chiamato da tutti), il meccanico confidò ad Enzo Ferrari che Tazio aveva iniziato ad urlare alla prima curva finendo con quella prima del traguardo e che lui non aveva completamente visto la strada perchè rimasto disteso sul pianale per tutta la durata della gara. Nel 1933, nonostante le numerose vittorie colte in giro per l’Italia, lasciò la Ferrari per passare alla Maserati e nello stesso anno partecipò, alla guida di una MG K3 Magnette turbo, al Tourist Trophy che si correva in Irlanda del Nord. Dominò la corsa e quando alla fine i meccanici gli chiesero pareri sull’efficienza dei freni lui rispose di non saperne più di tanto, visto che li aveva utilizzati ben poco.
Il 1935 fu l’anno di una delle sue più grandi imprese di sempre: il trionfo al Gran Premio del Nurburgring, che non rappresentò soltanto la vittoria di una gara, ma un vero e proprio smacco ad un’intera nazione in un periodo storico molto particolare. A quella corsa si erano recati tutti i vertici nazisti che, visto lo strapotere delle allora fortissime Mercedes, non aspettavano altro che la vittoria di un pilota di casa per poter vantare la superiorità internazionale della Germania in campo automobilistico. Ed invece, il mitico Nuvolari, presentatosi sul terribile circuito (allora lungo ben 22 Km) con una vecchia Alfa, fu capace di mandare fuori giri tutti gli avversari involandosi verso un trionfo senza precedenti sotto le facce imbarazzate degli esponenti del regime tedesco.

Per rendersi conto della grandezza dell’impresa, basta dire che la superiorità delle Mercedes era talmente netta che per la festa del podio gli organizzatori non avevano previsto neanche un disco con un inno diverso da quello tedesco. Fu proprio Tazio a portare sul podio il proprio disco con l’inno di Mameli. Anche la corona d’alloro era stata pensata per gli imponenti piloti tedeschi e l’esile corpo dell’italiano, in confronto, quasi scompariva. I successi di Tazio continuarono a susseguirsi per tutti gli anni 30 e le sfortunate vicende familiari, con la morte dei due figli per gravi malattie, contribuirono a dare ancora più forza ad un uomo ormai conosciuto e supportato dall’intero popolo italiano.
Nel 1936 rimase vittima di un incidente nelle prove del Gran Premio di Tripoli, ma il giorno della corsa scappò dall’ospedale e raggiunse in taxi il circuito appena in tempo per la partenza. Nonostante i dolori si piazzò in settima posizione. Nel 1938 approdò all’Auto Union, una delle più importanti scuderie dell’epoca, che dopo la morte di Bernd Rosemeyer, era alla ricerca di un altro pilota all’altezza. Ancora una volta la risposta del “Mantovano Volante” arrivò in pista con una stupenda vittoria nel Gran Premio di Donington. Nel 1939, al Valentino, giunse al traguardo col volante in mano: si era rotto e Nuvolari aveva continuato girato il piantone dello sterzo con una chiave inglese.
La sua fama arrivò anche oltreoceano dopo la vittoria americana nella Coppa Vanderbilt, al termine della quale l’italiano intascò, senza neanche aprirla, una busta contenente i 32.000 dollari di premio finale, una cifra incredibilmente alta per l’epoca. Insomma, un susseguirsi continuo di vittorie e trovate geniali che solo l’inizio della seconda guerra mondiale potè interrompere. Durante gli anni del conflitto Nuvolari fu costretto a mollare per poi riprendere, nonostante l’età iniziasse a farsi sentire, nel primo dopoguerra. Nel 1948, a 56 anni suonati, partecipò alla sua ultima Milla Miglia, facendo segnare il miglior tempo assoluto nella prima parte di gara, prima di essere costretto al ritiro a causa della rottura del cambio.

L’ultima gara della carriera fu la cronoscalata Palermo - Montepellegrino, alla guida di una Cisitalia 204 Spyder Sport elaborata da Carlo Abarth, dove ottenne il primo posto di classe ed il quinto assoluto. Già in quel periodo, però, iniziava a soffrire di seri problemi polmonari: gli anni di continua esposizione ai gas di scarico delle vetture, infatti, gli avevano provocato una grave forma di asma. Il desiderio di morire praticando lo sport della sua vita non venne mai realizzato: il “Mantovano Volante” si spense sul proprio letto l’11 Agosto 1953, nove mesi essere stato colpito da un paralizzante colpo apoplettico.
Ai suoi funerali arrivarono più di 50.000 persone provenienti da diverse parti d’Italia e tra loro vi fu anche Enzo Ferrari. Il proprietario della scuderia di Maranello ricordò a distanza di anni un particolare accadutogli proprio quel giorno: la fretta di arrivare in tempo per la celebrazione lo fece perdere per le strade di Mantova per cui si fermò nella bottega di un vecchio idraulico a chiedere la strada per Villa Nuvolari. L’anziano operaio, dopo aver fatto un giro intorno alla macchina di Ferrari, notò che proveniva da Modena; gli si avvicinò, gli strinse la mano e gli disse commosso: “Grazie di essere venuto, come quello là non ne nasceranno più”.
Oggi pronunciare il nome di Tazio Nuvolari significa pronunciare il nome di un mito, forse dell’uomo più leggendario che la storia dell’automobilismo abbia mai visto. Parliamo del primo vero pilota di sempre, del primo pilota ad aver inventato delle tecniche di guida che oggi sembrano banali, ma che a quei tempi erano completamente sconosciute. Nuvolari fu il primo ad inventare la tecnica della sbandata controllata: in entrata di curva dava un secco colpo di sterzo facendo slittare il posteriore verso l’esterno, poi controsterzava ed apriva il gas a fondo in modo da uscire veloce e con la macchina già rivolta verso il rettilineo.

Lo stesso Enzo Ferrari, la prima volta che salì come copilota con Nuvolari, rimase sorpreso dalla tecnica del mantovano; alla prima curva, sentendo slittare le ruote posteriori, credette che avesse perso il controllo, ma non fu così. Poi vide che la stessa cosa accadde anche alla seconda, alla terza e in tutte curve successive e capì che lo faceva di proposito. Anche se Nuvolari vinse praticamente tutto quello che all’epoca avrebbe potuto vincere, sia sulle due che sulle quattro ruote, non furono soltanto i risultati e le indubbie doti naturali a farlo diventare quello che oggi tutti noi conosciamo. Nuvolari divenne un mito anche per il un coraggio ed una generosità fuori dal normale: era una furia della natura, e quando stava al volante niente e nessuno era in grado di fermarlo.
In un’epoca in cui la parola “sicurezza” non esisteva completamente nei vocabolari delle corse automobilistiche, Tazio Nuvolari sfidava qualsiasi pericolo come se la morte non fosse una cosa che lo riguardasse. Un giorno disse alla moglie: “se ti arriva la notizia che sono morto non ci credere”. Ed in effetti, una volta, i suoi meccanici della Bianchi partirono di fretta e furia per la Germania dopo aver appreso da un giornale scandinavo che il pilota era morto in un incidente sul circuito della Solitudine; arrivati a destinazione lo trovarono in giro per la stazione: era stato ricoverato in pessime condizioni, ma era riuscito a convincere una suora a farlo uscire prima del previsto dall’ospedale.
Si potrebbe ancora continuare a lungo nell’elencare tutte le prove di coraggio, orgoglio e ardore sportivo dimostrate da questo incredibile uomo, ma sono convinto che anche i pochi aneddoti raccontati fin ora siano già stati più che sufficienti per capire perchè come mai a fianco del nome Tazio Nuvolari sia automatico aspettarsi termini come “mito” o “leggenda”. Quel vecchio stagnino aveva proprio ragione: “uomini come quello là non ne nasceranno più”.
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