I grandi piloti: Mike Hawthorn

Mike Hawthorn

John Michael Hawthorn, da tutti conosciuto come “Mike”, nacque in Inghilterra a Mexborough il 10 Aprile del 1929. Quando aveva l’età di due anni il padre Lesley acquistò un garage a Farnham nelle vicinanze del circuto di Brookland, dove negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale andava solitamente a correre in motocicletta. L’educazione di Mike fu tutta improntata alla continuazione dell’attività di famiglia: dopo aver frequentato la scuola pubblica, il giovane studiò al Chelsea technical college per poi trascorrere un periodo di apprendistato presso un costruttore di veicoli commerciali.

Nonostante gli studi, però, il piccolo inglese aveva già da tempo le idee ben chiare su quello che avrebbe voluto fare da grande: la vicinanza del circuito e l’aria che si respirava all’interno del garage dove il padre preparava auto e moto per le corse, avevano fatto si che Mike fin dall’età di nove anni avesse già deciso di voler fare il pilota. Il padre, preso dalla stessa passione per i motori, non oppose molta resistenza, anzi fu proprio lui ad avvicinarlo al mondo delle corse fornendogli le moto e le auto per farlo partecipare alle prime competizioni in giro per la zona.

Le prime vittorie arrivarono proprio alla guida di una Riley compratagli dal padre, mentre fu solo grazie ad un amico di famiglia, Bob Chase, che Mike entrò nel giro delle competizioni più importanti. Era un pomeriggio del 1952 quando partecipò ad un meeting organizzato sul circuito di Goodwood, per la prima volta alla guida di una monoposto (una Cooper F2 procurata da Chaser). In quell’occasione, nonostante in pista ci fossero campioni come Juan Manuel Fangio e Froilan Gonzales, Hawthorn vinse la gara di Formula 2 partendo dalla pole ed arrivò addirittura secondo nell’evento più atteso, quello riservato alle vetture di Formula 1.

Mike Hawthorn

Il giovane fu subito preso in simpatia da tutto l’ambiente non solo per le sue doti alla guida, ma anche per il suo caratteristico aspetto. Dall’alto del suo metro e ottantotto la bionda chioma di Mike regnava l’abitacolo di quella piccola Cooper. Fino a quel giorno il ragazzo aveva sempre corso con gli abiti di ogni giorno, solitamente una giacchetta ed un cravattino, mentre proprio in occasione di quel meeting comprò una tuta bianca, senza rinunciare, però, a quella cravatta che spesso in piena velocità finiva per strisciargli sul volto e che sarebbe diventata in poco tempo il suo inconfondibile simbolo.

Fu a quel punto che, spinti dall’eccezionale prestazione di Goodwood, Mike ed il padre decisero far partecipare quella Cooper ai restanti Gran Premi della stagione di Formula 1: Mike fu subito capace di stupire il grande pubblico conquistando due quarti posti nei tutt’altro che facili Gran Premi del Belgio e d’Olanda, alla prima esperienza su quei tracciati. Il suo nome iniziò a girare negli ambienti importanti, tanto da arrivare addirittura all’orecchio di Enzo Ferrari, che decise di subito portarlo con sè a Maranello.

Fu così nel 1953, a soli 23 anni e soltanto a tre anni dall’inizio delle prime corse alla guida della Riley comprata dal padre, che Hawthorn si ritrovò a far parte di quella che già all’epoca era di gran lunga la squadra corse più importante d’Italia: la Ferrari. Non si dovette aspettare molto per rendersi conto che anche quella volta Enzo Ferrari ci aveva visto bene: alla sua prima stagione Hawthorn fu capace di vincere un Gran Premio e di arrivare quarto in campionato subito dietro a piloti del calibro di Alberto Ascari, Juan Manuel Fangio e Giuseppe Farina, personaggi ben più grandi ed esperti di lui.

Mike Hawthorn e Juan Manuel Fangio

Il primo successo in Formula 1 viene ancor oggi ricordato come un autentico capolavoro. Era il 5 Luglio 1953 quando in occasione del Gran Premio di Francia a Reims l’inglesino fece capire a tutti di che pasta fosse fatto. Dopo un coraggioso duello con la Meserati di Fangio, condotto per tutta la parte finale di una corsa disputata in condizioni torride, Hawthorn ebbe la meglio sull’argentino proprio sul rettilineo finale, superandolo in volata sotto la bandiera a scacchi. Fu un duello storico, forse la gara in assoluto più bella di tutta la sua carriera. Al termine della corsa, in occasione dei festeggiamenti sul podio, fu talmente tanta l’emozione di Hawthorn nel sentire l’inno della propria nazione suonare per lui che il giovane scoppiò improvvisamente a piangere.

Dopo quella stagione, viste le potenzialità, la giovane età ed i margini di miglioramento, Hawthorn era considerato il pilota del futuro della Formula 1. Invece, proprio sul più bello, una serie di eventi tristi sconvolsero la sua promettente carriera. Il 1954 si aprì molto male con una brutta botta al Gran Premio di Siracusa in Sicilia che gli causò diverse ustioni alle braccia. Poco dopo arrivò anche la morte del padre, rimasto ucciso in un incidente stradale al ritorno da Goodwood, dove si era recato per vedere una corsa automobilistica. L’unica gioia della stagione 1954 fu la vittoria del Gran Premio di Barcellona, la sua seconda personale dopo quella di Reims, ottenuta alla guida di una Ferrari 553 Squalo.

Al termine di quell’anno Hawthorn decise abbandonare la Ferrari per correre con un team inglese che gli consentisse di poter gestire più da vicino l’attività di famiglia, rimasta allo sbando dopo la morte del padre. Il ritorno in patria coincise con un altro periodo per nulla facile in cui il pilota inglese, divenuto ormai famoso in tutta la nazione, iniziò ad essere perseguitato dalle maggiori testate giornalistiche inglesi. La stampa scoprì che Mike aveva evitato il servizio di leva a causa di gravi problemi ai reni, ed in effetti si trattava della verità. L’opinione pubblica però non conciliò mai la storia della presunta malattia con le vittorie sportive di Hawthorn e continuò a credere che si fosse trattato soltanto di una scusa per aggirare il servizio militare, una mancanza considerata molto grave per un un personaggio che secondo tutti doveva rappresentare la nazione inglese.

Mike Hawthorn su Vanwall

Alle polemiche che turbavano la serenità di Hawthorn si aggiuse anche un periodo scarso di successi in pista: la Vanwall, scuderia con cui corse nel 1955, non lo mise mai in condizione di poter lottare per traguardi di prestigio. Poco dopo, a tutte queste disfatte si aggiunse anche l’episodio che avrebbe ossessionato l’inglese per tutto il resto della vita. come facevano tanti piloti di quei tempi, Hawthorn decise di partecipare ad una delle corse più prestiogiose di allora: la 24 ore di Le Mans.

La corsa francese rappresentava un palcoscenico importante per Ferrari, Mercedes e Jaguar che avevano come principale obiettivo quello di sconfiggere le rispettive concorrenti. Dopo qualche ora di gara la Jaguar di Hawthorn si trovava in testa a lottare con la Mercedes di Juan Manuel Fangio per la vittoria finale, quando arrivò il momento delle soste ai box. L’inglese si precipitò nella corsia di ingresso in modo troppo brusco costringendo la vettura che lo seguiva ad un improvviso scarto a sinistra. Dalle retrovie arrivava la Mercedes di Pierre Levegh che, alla velocità di 250 Km/h, non fece in tempo ad evitare l’impatto. La Mercedes volò fuori pista schiantandosi violentemente contro le barriere. Il motore ed una sospensione si proiettarono sul pubblico facendo ben ottanta morti ed un centinaio di feriti.

L’incidente di Le Mans di una delle peggiori catastrofi della storia dell’automobilismo. Alla fine la vittoria andò alla Jaguar di Hawthorn, dopo la decisione della Mercedes di ritirare tutte le vetture in gara. Nonostante la sua innocenza (venne scagionato completamente dai giudici), il mondo dei motori non gli risparmiò mai le pesanti accuse per la strage provocata e Mike rimase per molto tempo ferito e sconvolto da quel tristissimo episodio. Alla fine dello stesso anno, nonostante tutte le polemiche, fu comunque contattato dalla Lancia. Quando, però, la casa italiana decise di abbandonare la Formula 1 per la morte di Alberto Ascari, Hawthorn disputò le ultime corse della stagione alla guida della Ferrari.

Incidente 24 ore Le Mans

Per il 1956 lasciò di nuovo Maranello per tornare in Inghilterra, alla BRM. Si rivelò ancora una volta una scelta sbagliata e si trattò dell’anno più buio della sua carriera in Formula 1, alla guida di una vettura di gran lunga inferiore a tutto il resto della concorrenza. Fu così che a fine stagione, felice di tornare stabilmente alla sua scuderia d’origine, accettò l’ennesima proposta di Enzo Ferrari per quello che sarebbe stato l’anno della sua rinascita sportiva. Alla Ferrari trovò Peter Collins, un altro inglese amante di donne, birra e divertimenti: Collins in poco tempo divenne per lui molto più di semplice un compagno di squadra.

I due inglesi insieme a Luigi Musso formarono un trio Ferrari davvero molto affiatato. In quella stagione, però, non fu sufficiente la coalizione di squadra per battere un binomio Fangio-Maserati davvero troppo forte. Fu una stagione positiva, ma senza successi e Hawthorn con una serie di piazzamenti si dovette accontantare del quarto posto finale inchinandosi davanti al quinto titolo mondiale dell’argentino. Il destino volle, però, che quel fantastico trio Ferrari durasse ben poco. Il 1958 fu un anno positivo dal punto di vista sportivo, ma fu segnato dalla morte di quei due compagni e amici con i quali Hawthorn aveva condiviso alcuni dei momenti più belli della sua vita.

Luigi Musso morì il 6 Luglio a Reims (Gran Premio di Francia) proprio in occasione dell’unica vittoria stagionale dell’inglese. Circa un mese dopo, avvenne la perdita più dolorosa, quella di Peter Collins, che se ne andò sul circuito del Nurburgring proprio davanti agli occhi di Mike mentre i due erano in testa alla corsa. Nonostante le motivazioni non fossero grandissime, Hawthorn fu autore di un proseguo di stagione molto positivo e continuo: l’unico successo, sommato ad una lunga serie di piazzamenti a punti, gli consentirono di prevalere sul diretto avversario Stirling Moss, vittorioso in ben quatto occasioni: nel 1958 Mike Hawthorn si laureò per la prima ed unica volta campione del mondo di Formula 1, diventando il primo pilota inglese iridato della storia.

Mike Hawthorn e Peter Collins

Il Gran Premio del Marocco a Casablanca, corsa di chiusura di quella stagione, fu anche l’ultimo Gran Premio di tutta la sua carriera: nel mese di Dicembre, mentre tutti lo davano già come uno dei principali favoriti per la stagione successiva, Hawthorn comunicò il suo ritiro dal mondo della Formula 1. L’inaspettata notizia colse tutti di sorpresa e lo stesso Enzo Ferrari ne rimase molto dispiaciuto. Chi lo conosceva bene, però, sapeva già che Mike avrebbe appeso il casco al chiodo. La morte di Peter Collins era stata troppo dura da sopportare per lui e dopo la scomparsa del grande amico il resto della stagione era diventato soltanto un peso, una faccenda di cui liberarsi al più presto possibile per rimuovere dalla memoria ricordi troppo dolorosi.

Dopo il ritiro Mike avrebbe voluto continuare a gestire il garage di sua proprietà, in vista dell’imminente matrimonio, ma furono piani che il campione del mondo in carica non non ebbe il tempo di mettere in atto. Era il 22 Gennaio del 1959 quando, mentre che era alla guida della sua Jaguar su una strada non distante da Londra, incontrò il team manager di Formula 1 Rob Walker. Mike ingaggiò un duello con la Mercedes di Walker sulle strade rese scivolose dalla pioggia, ma la sua vettura che montava pneumatici da asciutto Dunlop uscì fuori da un curvone schiantandosi contro un albero. Mike Hawthorn morì sul colpo.

La notizia sconvolse il mondo intero e quegli stessi giornali che in passato lo avevano spesso perseguitato dedicarono a lui tutte le prime pagine: se ne era andato uno dei personaggi più famosi dell’Inghilterra degli anni 50. Nessuno sapeva, però, che la vita di Hawthorn era comunque segnata: il giovane era rimasto con un solo rene e la malattia che lo affliggeva fin da piccolo (considerata dall’opnione pubblica soltanto una scusa per evitare il servizio di leva) in realtà gli avrebbe lasciato soltanto altri 4 o 5 anni di vita.

Mike Hawthorn su Ferrari

Mike Hawthorn era un pilota diverso da tutti gli altri, uno che vedeva le corse come un hobby più che come un lavoro vero e proprio. Questo spiega la sua abitubine a non firmare mai contratti più lunghi di un anno e la sua decisione di lasciare al Formula 1 in seguito alla morte di Collins: per lui le corse non erano tutto, ma esistevano valori più importanti. Se ne andò così uno dei più caratteristici piloti che la Formula 1 abbia mai avuto, in un curvone di un’auostrada inglese che sarebbe stata invasa per mesi da migliaia di suoi fans. Bello, intelligente ed amante della bella vita tutti lo ricordano come il gentleman delle corse per i suoi modi sempre eleganti e per il suo indimenticabile cravattino.

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