I grandi piloti: Michele Alboreto

Michele Alboreto

Michele Alboreto nacque a Milano il 23 dicembre 1956 da padre friulano e madre di origine libica. Fin da piccolo la sua grande passione fu quella dell’automobilismo, ma a differenza di tanti altri grandi piloti dei suoi tempi, la maggior parte dei quali iniziarono la propria carriera fin da bambini alla guida dei kart, Michele non potè permettersi subito l’ingresso in un mondo troppo costoso per le condizioni economiche della sua famiglia.

Da ragazzino si limitava ad osservare dietro le reti di recinzione i piloti che giravano nel vicino autodromo di Monza, col sogno, un giorno, di potersi trovare al loro posto. Col passare del tempo la passione e la voglia crebbero talmente tanto che Michele iniziò a fare di tutto per riuscire a coronare il sogno di sempre. Ci vollero mesi di lavoro in officina prima di racimolare i soldi necessari per poter comprare una macchina da corsa. La sua prima vettura fu una monoposto di Formula Monza acquistata in terza mano con all’aiuto della Scuderia Salvati.

Non si trattava certamente di una vettura di alto livello (addirittura dopo un attento esame Michele si accorse che era leggermente storta), ma per un giovane con quella voglia andava più che bene: per Michele in quel periodo l’importante era iniziare a correre. Le prime corse le disputò proprio a Monza e la sua grinta non tardò a farsi notare: bastò poco tempo a chi ne capiva di motori per rendersi conto che quel giovane con quella vettura leggermente storta aveva qualcosa in più rispetto agli altri. I due anni trascorsi in Formula Monza (1976 e 1977) furono quelli che gli permisero di farsi le ossa e che lo fecero sempre più avvicinare alla Scuderia Salvati.

Michele Alboreto in Formula Monza

Furono proprio gli amici di questo team i primi a credere in lui, i primi a puntare sul grande ardore agonistico che Michele nascondeva dietro quella sua apparente timidezza. Fu con la Scuderia Salvati che Michele Alboreto passò dalla Formula Monza alla Formula Italia. Con i suoi modi sempre calmi e gentili conquistò le simpatie di tutti i componenti della squadra che spesso, come più volte Michele avrebbe apertamente ammesso durante la sua carriera, furono disposti anche a mettere mano al portafogli per consentirgli di continuare a correre. Allora la Formula Italia era una delle categorie maggiormente formative e nel 1978 Alboreto non deluse le aspettative.

Nonostante una vettura molto difficile da portare al limite, conquistò piazzamenti sempre migliori, agguantando un buon quarto posto finale dopo la prima vittoria di categoria a Magione, nell’ultima corsa del campionato. Fu grazie a quella splendida prestazione che gli si aprirono improvvisamente le porte della Formula 3. Il debutto avvenne poco dopo sempre a Magione nella gara di chiusura del Campionato Italiano e grazie alla conquista del quarto posto in gara, un risultato più che soddisfacente per un pilota alla sua prima esperienza, il giovane fu confermato ufficialmente per la stagione successiva: a Michele era bastato poco tempo e qualche vettura mediocre per diventare, come da suo sogno, un pilota professionista.

Nel 1979 corse con una March del team Euroracig al fianco del più esperto compagno di squadra Piercarlo Guinzani. All’epoca la Formula 3 era una categoria molto combattuta e tra gli altri spiccavano nomi come quello di Alain Prost. Michele corse prevalentemente nel campionato italiano, ma la scuderia gli diede di tanto in tanto l’opportunità di prendere parte anche a qualche gara del campionato europeo. In Italia ottenne il secondo posto finale grazie alle tre vittorie ottenute a Magione, Misano ed Enna. Nel campionato europeo, invece, arrivò secondo a Zolder ed Enna conquistando un bellissimo successo a Zeltweg, nella corsa che precedette il Gran Premio d’Austria di Formula 1.

Michele Alboreto in Formula 2

Nel 1980, dopo le prime esperienze estere, il suo principale obiettivo divenne quello della vittoria del campionato europeo di Formula 3. La concorrenza era spietata e Alboreto si dovette confrontare con piloti del calibro di Terry Boutsen, Philippe Alliot e Mauro Baldi, oltre che col suo compagno di squadra Corrado Fabi. Fu una stagione difficile, spesso complicata dai capricci della sua March-Alfa Romeo, ma alla con le quattro vittorie conquistate a Zeltweg, La Châtre, Monza e Kassel-Calden fu proprio l’italiano ad avere la meglio: Alboreto divenne campione europeo di Formula 3 con 6 punti di vantaggio sul principale avversario Terry Boutsen.

Nello stesso periodo arrivò anche la chiamata della Lancia che lo volle a correre nel campionato mondiale marche alla guida della Lancia Beta Montecarlo. Anche in una categoria completamente diversa e al fianco di piloti già molto conosciuti come Riccardo Patrese ed Eddie Cheever, Michele non sfigurò e si mise in luce con egregi piazzamenti. Alla fine di una stagione a dir poco positiva, con la conquista del campionato di Formula 3 ed il secondo posto con la Lancia al giro d’Italia, Michele non nascondeva le sue grandi speranze di una chiamata da una scuderia di Formula 1. Ma i suoi sogni rimasero tali ed il 1981, che si sarebbe rivelato solo dopo il suo anno giusto, si aprì come una stagione molto deludente.

Per Michele non si scomodò nessun team della categoria regina ed il giovane accettò volentieri la proposta di Giancarlo Minardi, un costruttore appassionato di corse, che gli offrì un sedile su una delle sue vetture di Formula 2. I primi mesi andarono avanti così, tra le difficoltà di una macchina di Formula 2 non al top e qualche corsa nel mondiale marche con la Lancia. Fu proprio in quel momento, nel periodo apparentemente meno promettente, che arrivò l’occasione della sua vita. Grazie all’interesse di alcuni amici, Michele venne contattato dalla Tyrrell per correre il Gran Premio di San Marino ad Imola. Fu in quella corsa che tirò fuori il massimo delle sue capacità, lottando per diversi giri a ridosso della zona punti, prima di ritirarsi per un contatto con l’amico Galvani.

Michele Alboreto su Lancia Beta Montecarlo

La gloriosa scuderia rimase impressionata dalla sua prestazione ed il sedile della Tyrrell rimase suo fino al termine della stagione. Il 1981 fu un anno pienissimo di impegni in cui Michele, nonostante la Formula 1, continuò a gareggiare anche in Formula 2, aggiungendo al tutto pure qualche gara con la Lancia nel mondiale Marche. Si trattò di un’altra stagione estremamente positiva e se in Formula 1 l’obiettivo primario rimase quello di imparare i trucchi del mestiere dal più esperto compagno Eddie Cheever, nelle altre categorie arrivarono anche delle belle soddisfazioni. Nel mese di Luglio, in coppia con Riccardo Patrese, si aggiudicò la 6 ore di Watkins Glen, mentre col successo di Misano riuscì addirittura a conquistare il campionato di Formula 2.

Alla guida di una Minardi con vistose limitazioni, quel successo sbalordì tutti gli esperti, lasciando incredulo anche lo stesso costruttore di Faenza. Alboreto era ormai diventato un pilota di alto livello ed il grande salto di qualità nella massima serie che tutti gli italiani attendevano non tardò ad arrivare: la stagione buona fu quella del 1982. Nelle prime tre gare Alboreto ottenne subito due quarti posti nel Gran Premio del Brasile ed in quello degli Stati Uniti Ovest, mentre il primo podio arrivò con un terzo posto sul circuito che lo aveva visto esordire soltanto un anno prima, quello di Imola. Ma per ammirare l’impresa maggiore si dovette attendere fino a fine stagione.

In uno dei campionati più equilibrati di sempre Michele riuscì ad ottenere la prima vittoria in Formula 1 nella gara di chiusura a Las Vegas, nel giorno della conquista del primo ed unico titolo mondiale da parte di Keke Rosberg. Le sue prestazioni sulla Tyrrell furono una sorpresa per molte persone, ma chi lo conosceva veramente bene sapeva che prima o poi, col suo carattere, sarebbe riuscito ad emergere. Il 1983 fu un anno di transizione in cui Alboreto fu frenato da una vettura non in grado di poter competere con i nuovi motori turbo. Nonostante una stagione sottotono, arrivò la seconda vittoria in carriera, ancora una volta negli Stati Uniti. Quello di Detroit sarebbe stato l’ultimo successo del V8 Ford Cosworth e della gloriosa Tyrrell.

Michele Alboreto su Tyrrell

Le prestazioni ottenute in quei tre anni non lasciarono indifferenti neanche le squadre più titolate. In un primo momento la squadra più interessata a lui si rivelò la McLaren che lo avrebbe fortemente voluto alla guida di una delle sue vetture. Poco dopo, però, a Michele arrivò l’offerta della vita, quella che un pilota italiano non può assolutamente rifiutare. Enzo Ferrari aveva visto in lui le qualità del grande pilota ed oltre alla stoffa da campione il suo stile serio ed educato gli ricordava tanto uno dei suoi piloti preferiti di sempre: Volfang Von Trips. Il suo interesse verso Alboreto fu talmente elevato che per lui decise di rompere il veto per i piloti italiani che durava dal giorno della tragica morte di Lorenzo Bandini.

A quel punto Alboreto, comunque lusingato dell’interessamento di un team come la McLaren, non ebbe dubbi nello scegliere tra la scuderia di Woking ed il fascino della casa di Marenello e divenne pilota ufficiale della Ferrari per il 1984. La prima stagione al cavallino fu soddisfacente, ma Michele non potè far nulla per impensierire una McLaren che grazie ai motori Tag-Porsche si rivelò ancora troppo superiore rispetto alla concorrenza. Il mondiale fu una serrata lotta a due tra Niki Lauda ed Alain Prost ed l’italiano si dovette accontentare di un solo successo. La vittoria arrivò nel Gran Premio del Belgio dove per la prima volta Michele conquistò la gara pertendo dalla pole position.

Nel 1985 fu, invece, tutta un’altra storia. Gli errori commessi sulla 126 C4 non furono ripetuti sulla nuova vettura e la 156/85 dimostrò fin dalle prime corse un potenziale notevole. Michele, da parte sua, vi aggiunse la grinta di sempre ed il risultato fu un inizio di stagione brillante: arrivò secondo sia in Brasile che in Portogallo (nel giorno della prima vittoria in carriera di Ayrton Senna) ripetendo lo stesso risultato anche a Montecarlo, quando soltanto una foratura gli fece perdere la gioia del successo. La prima vittoria stagionale arrivò poco dopo, in Canada, mentre negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna ottenne altri due podi importanti, con un secondo ed un terzo posto.

Michele Alboreto su Ferrari

Fu, però, in Germania che Alboreto disputò quella che da molti viene considerata la corsa più bella della sua carriera. Sul circuito del Nurburgring, dove si correva il Gran Premio d’Europa, Michele partì dalla quarta fila e dopo una grande rimonta andò a conquistare di forza la seconda vittoria della stagione. Con quei punti balzò in testa al campionato e fu in quel momento che dentro di lui la speranza di vincere il titolo mondiale divenne davvero concreta. Non sapeva ancora, però, che quella tedesca sarebbe stata la sua ultima vittoria dell’anno: bastarono delle scelte tecniche assurde da parte del team per buttare al vento tutto quello che con passione l’italiano aveva costruito fino a quel momento.

Quello successivo al trionfo del Nurburgring fu per lui un periodo pieno di tensione e nervosismo perchè Michele si rese conto che gli stava sfuggendo di mano un’occasione che probabilmente non gli sarebbe mai più capitata. E putroppo la sua sensazione non si rivelò sbagliata: dopo il terzo ed il quarto posto in Austria e Olanda, il finale di stagione fu un continuo susseguirsi di rotture e problemi tecnici che spianarono definitivamente la strada alla McLaren. Dopo il titolo dell’anno precedente con Lauda il team inglese vinse il secondo mondiale consecutivo con il giovane Alain Prost, alla prima delle sue quattro vittorie iridate. Alboreto divenne vicecampione del mondo, ma l’italiano non avrebbe mai più avuto a disposizione una vettura in grado di riportarlo in lotta per il mondiale.

Il 1986 fu un anno decisamente nero per la Ferrari che non potè far altro che assistere da estranea alla lotta Williams-McLaren. Per Alboreto arrivò soltanto un podio con un secondo posto in Austria. La stagione si decise all’ultima gara e a sorpresa fu ancora Prost a vincere beffando entrambi i piloti Williams Nigel Mansell e Nelson Piquet. Per Alboreto le cose non migliorarono neanche nelle due stagioni successive: nel 1987 la Ferrari si riprese solo alla fine e ad approfittarne fu il nuovo arrivato Gherard Berger che vinse in Giappone ed Australia, mentre il 1988 fu letteralmente dominato dalle McLaren di Prost e Senna, che lasciarono al cavallino una sola vittoria a Monza, ancora con Berger. Alboreto non andò oltre l’ottavo posto in campionato nel 1987 ed il quinto nel 1988.

Michele Alboreto su Audi

La storia con la Ferrari era ormai arrivata al capolinea. Dopo l’arrivo di Berger i rapporti con la squadra non erano più gli stessi e Michele non si sentiva più a suo agio come nei primi periodi. Nonostante le voci sempre più insistenti dell’arrivo di Nigel Mansell, Enzo Ferrari lo richiamò a Maranello nel 1988 per capire quali fossero le sue intenzioni. Fu lui stesso, capendo la situazione, a decidere di andarsene, chiudendo definitivamente un legame durato 5 stagioni. Intanto Michele, la sera del Gran Premio di Germania della stessa stagione si era incontrato con degli uomini della Williams; vi era stato un accordo verbale e sembrava che ci potessero essere delle buone speranze. Alla fine, però il team inglese non mantenne le promesse e tutto si concluse con un nulla di fatto. Se ne parlò poco, ma Michele ci rimase molto male.

Andato in fumo l’accordo con la Williams, si concretizzò il ritorno in Tyrrell. La gloriosa scuderia vagava ormai nelle retrovie della Formula 1 e per Alboreto non fu più possibile aspirare alle prime posizioni della classifica. Nonostante i limiti della vettura, ottenne un bel terzo posto a Città del Messico, ma proprio quando sembrava che le cose stessero iniziando a migliorare un problema contrattuale con uno sponsor del tabacco mise fine anzi tempo alla sua nuova avventura. Dopo una breve parentesi alla Lola-Larousse passò alla Footwork con la quale fu autore di una bella stagione nel 1992, mentre nel 1993 la deludente Lola-Ferrari della Scuderia Italia non gli consentì di farsi notare. La lunga carriera in Formula 1 di Michele Alboreto si chiuse nel 1994 alla Minardi con la soddisfazione di un grande sesto posto a Montecarlo.

L’abbandono della serie regina non equivalse, però, all’allontanamento delle corse e negli anni successivi Michele prese parte a campionati di diverse categorie. Iniziò con una non fortunatissima esperienza nel DTM tedesco, dove alla guida della 155 VTI del team Schübel non ottenne i risultati sperati. Il grande successo, invece, arrivò nel 1997, quando riuscì a coronare uno dei suoi sogni di sempre. Alla guida di una Porsche del team Joest insieme a Stefan Johansson (suo compagno nel 1986 in Ferrari) e Tom Kristensen conquistò una grandissima vittoria in una delle corse più prestigiose di sempre: la 24 ore di Le Mans.

Morte Michele Alboreto

Da quel momento la classica gara di durata francese divenne il suo principale obiettivo. Nel 1998 ci ritentò con la stessa squadra, ma fu costretto al ritiro. Nel 1999 passò al Team Audi, ma ancora una volta furono dei problemi tecnici ad allontanarlo dalla vittoria sia nell’edizione del 1999 che in quella del 2000. Il 2001, invece, si aprì in maniera molto positiva e dopo la vittoria alla 12 ore di Sebring, sembrava davvero che potesse essere la volta buona. Michele, però, non sapeva ancora che quel bis tanto sperato a Le Mans non sarebbe mai potuto arrivare.

Era il 25 Aprile del 2001. Il pilota italiano stava provando sul circuito del Lausitzring in vista della 24 ore di Le Mans quando improvvisamente ed in modo inpiegabile perse il controllo della vettura decollando e volando oltre le reti di protezione del circuito. L’impatto fu fatale ed in seguito al cappottamento neanche il rollbar potè far nulla per evitare la morte di Alboreto. Mai accertata la causa, anche se l’ipotesi più probabile sembra essere quella della foratura di una gomma o di una parte meccanica della sua Audi R8. Quel 25 Aprile la famiglia rimase allo scuro dell’accaduto fino a sera, quando apprese la notizia della tragedia allo stesso modo di tutti gli altri tifosi: dalla televisione.

Milioni di sportivi rimasero increduli e subito si strinsero intorno alla moglie Nadia, la fidata donna di Michele fin dagli anni della scuola che da tanto tempo gli implorava di smettere, di uscire da mondo delle corse. Alboreto rimane ancor oggi uno dei piloti più forti delle ultime generazioni. Fu l’ultimo pilota italiano scelto in prima persona dal grande Enzo Ferrari, nonchè l’unico italiano dai tempi di Alberto Ascari in grado di lottare per un titolo mondiale di Formula 1. Ma in quella curva del Lausitzring non se ne andò solo un grande pilota, se ne andò soprattutto un grande uomo, una persona seria, sensibile ed educata che, una volta salita in macchina, trasformava la propria timidezza in una cattiveria agonistica capace di far paura ai più grandi campioni dei suoi tempi.

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