I grandi piloti: Jim Clark
Mercoledì 7 Novembre 2007 alle 07:30 - ciccio85

Jim Clark nacque a Kilmany, Scozia, da una famiglia di agricoltori. Era l’unico maschio di una famiglia di quattro figli e le sue origini legate alla campagna lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Le prime esperienze automobilistiche arrivarono da giovane quando, in compagnia dell’amico Ian Scott-Watson, iniziò a partecipare a rally e corse locali, inizialmente allo scuro dei propri genitori.
Dopo le prime corse in giro per la contea, entrò a far parte di uno dei team più conosciuti della zona, il team Border Reivers, gestito da Jock McBain. Fu allora che, al volante di vetture come le Jaguar D Type, il giovane iniziò ad affinare la propria guida e a farsi conoscere nel mondo delle corse automobilistiche. In una di queste gare Jim sfidò, al volante di una Lotus Elite, il personaggio che avrebbe per sempre segnato la sua carriera: un certo Colin Chapman.
Chapman rimase subito impressionato dalla naturalezza di guida di Clark e da quel momento lo iniziò a seguire con molto interesse. In quel periodo il giovane talento scozzese correva ancora per il team Border Reivers e ne era divenuto in poco tempo il pilota di punta, tanto che nel 1959 il team manager aveva deciso di acquistare a posta per lui una delle monoposto Lotus che allora partecipavano con buoni risultati al campionato di Formula 2.

La storia dice che Clark, dopo aver visto Graham Hill perdere una ruota su una vettura del genere, scartò l’idea del proprio team manager per timore di correre su un’auto considerata troppo poco sicura. Il giovane, naturalmente, non sapeva ancora le imprese che solo qualche anno dopo avrebbe portato a termine sulle vetture di Chapman. Così continuò a gareggiare con macchine sportive per il team di McBain, confermando di gara in gara le sue capacità. Fu in quel periodo che, notata la sua stoffa, l’Aston Martin si interessò seriamente a lui.
A quei tempi la casa inglese aveva messo in piedi il progetto di una monoposto con la quale voleva entrare nel mondo della Formula 1 e un giovane come Jim Clark era considerato il pilota ideale per l’inizio della nuova avventura nella massima serie. Per rendersi conto di quali tempi si sta parlando, basta capire che fu proprio il team manager dell’Aston Martin Reg Parnell a recarsi a Kilmany in compagnia del giovane per chiedere in prima persona al padre il permesso di portare Jim con sè a gareggiare in giro per il mondo. Quando il signor Clark chiese a Parnell se davvero Jim fosse un pilota talmente bravo il team manager gli rispose: “Suo figlio diventerà campione del mondo di Formula 1″.
Alla fine la vettura progettata dall’Aston Martin si rivelò troppo fragile e piena di problemi per affrontare il tanto sperato debutto e la casa inglese decise definitivamente di abbandonare il progetto. Fu allora che una delle più grandi coppie della storia delle corse ebbe modo di ritrovarsi: Clark, sfumata l’occasione, decise di accettare la proposta di Colin Chapman che lo volle alla guida delle sue auto in Formula 2. Passò poco tempo perchè i successi ottenuti da Jim nella “serie B delle corse” si tramutassero in un contratto per un sedile in Formula 1.

Era il 1960 quando Clark fu chiamato a sostituire in occasione del Gran Premio d’Olanda,
John Surtess, all’epoca ancora impegnato in gare motociclistiche. Si trattò di una corsa poco emozionante nella quale, comunque, lo scozzese riuscì a mantenere il quinto posto fino al momento del ritiro, causato dalla rottura della scatola del cambio. La seconda gara, invece, si corse sul terribile tracciato del di Spa in Belgio, allora considerato uno tra i più pericolosi in assoluto, tanto che proprio in quell’anno costò la vita a due piloti, tra cui anche il compagno di squadra di Jim, Alan Stacey. Nonostante la poca esperienza e la difficoltà del circuito, Jim riuscì a conquistare la quinta piazza.
Dopo le prime esperienze del 1960, nel 1961 disputò la sua prima stagione completa in Formula 1, ancora con la Lotus (unica squadra di cui fu pilota, dal 1960 al 1968). Fu un anno non facilissimo in cui la soddisfazione dei primi piazzamenti importanti (i due podi nei Gran Premi di Francia e Olanda ed il quarto posto nel Gran Premio di Germania sul difficile circuito del Nurburgring) fu mitigata dalla prima grande tragedia della sua carriera di pilota.
Era il 10 Settembre 1961 quando durante il Gran Premio d’Italia sul circuito di Monza la sua Lotus si toccò in piena velocità con la Ferrari di Wolfgang von Trips. La vettura di Von Trips prese il volo e nel terribile impatto persero la vita numerosi spettatori oltre che allo stesso pilota tedesco. Per Clark, che subito dopo l’incidente rimase per parecchio tempo a piangere vicino al corpo senza vita del collega tedesco, fu un duro colpo poichè Jim sentì per sempre su di sè la responsabilità di quella tragedia.

Si arrivò così al 1962, anno ben più positivo. La Lotus 25 che Chapman aveva preparato per quella stagione era una vettura molto veloce ed innovativa che, dopo le due vittorie iniziali in gare non valide per il campionato di Formula 1, prometteva grandi cose. Quella vettura aveva però una grave pecca: quella dell’affidabilità. La stagione ufficiale iniziò per Clark proprio con due ritiri: al Gran Premio d’apertura in Olanda fu fermato dalla rottura della scatola del cambio, mentre nel Gran Premio di Montecarlo (corsa che Clark non avrebbe mai vinto nella sua carriera) il forfait fu dovuto al cedimento del motore.
Soltanto nella terza corsa, in quel circuito di Spa che lo avrebbe visto trionfare per ben quattro volte, arrivò il primo della sua lunga serie di successi in Formula 1. La vittoria colta in Belgio, insieme agli atri due successi conquistati in Gran Bretagna e Stati Uniti fecero si che Clark arrivasse all’ultimo Gran Premio, quello del Sudafrica, in piena lotta per la vittoria del titolo mondiale. Ancora una volta, però, fu la sua Lotus a metterlo fuori gioco proprio mentre era in testa alla corsa. Gran Premio e titolo mondiale andarono alla più continua BRM di Graham Hill.
L’anno buono fu, invece, il 1963. La squadra di Colin Chapman riuscì a colmare le lacune pagate col titolo mondiale nell’anno precedente e la Lotus di quella stagione rimase una vettura velocissima, raggiungendo, però, allo stesso tempo, ottimi livelli di affidabilità. Il binomio Clark-Lotus fu inavvicinabile per tutti ed il pilota scozzese, conquistando sette pole e vincendo ben sette gare su dieci, fece il vuoto dietro di lui, dominando in lungo ed in largo la stagione e laureandosi per la prima volta Campione del mondo di Formula 1.

Nello stesso anno, la Lotus approfittò di un periodo di pausa durante il campionato per portare la vettura utilizzata in Formula 1 ad Indianapolis. Nei test condotti a circuito chiuso, il team si rese conto della validità della vettura, capace di raggiungere sui lunghi rettilinei dell’ovale americano velocità molto elevate. Fu così che Colin Chapman e Jim Clark decisero di prendere parte alla 500 Miglia di Indianapolis che si sarebbe disputata nel Maggio di quell’anno: il grande colpo fu appena sfiorato e Clark, unico pilota non americano in pista, arrivò secondo appena alle spalle di Parnelli Jones.
Nel 1964, in Formula 1, tornarono vivi i fantasmi del 1962. Fu ancora una volta una stagione poco continua, in cui in numerosi problemi con la vettura non consentirono a Jim di prendere il largo come nella stagione precedente. Graham Hill e John Surtess tennero duro e la lotta tra i tre si protrasse fino al Gran Premio di chiusura, quello del Messico, dove si ripetè quello che era accaduto nel finale di stagione di due anni prima: dopo il ritiro di Hill (uscito a causa di un contatto con Lorenzo Bandini), Clark fu costretto al forfait addirittura all’ultimo giro di una corsa che stava dominando, ancora a causa del motore: il campionato del mondo andò alla Ferrari di John Surtess.
L’anno della rivincita su tutti i fronti fu uno spettacolare 1965. Si trattò della stagione perfetta per Clark in cui lo scozzese, non digerita la beffa subita da Surtess nell’anno precedente, trovò nella rabbia il suo principale punto di forza: vincendo sei gare su dieci
(Gran Premi di Sudafrica, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania) divenne per la seconda volta campione del mondo, nell’anno in cui si affacciava al mondo delle corse il grande talento di Jackie Stewart.

Ma la vittoria del campionato del mondo di Formula 1 non fu sufficiente per placare la fame di vittoria del grande campione scozzese. A Clark non era bastato il secondo posto conquistato nel 1964 sul famoso ovale americano: il suo obiettivo era, come sempre, quello di vincere. L’impresa arrivò puntualmente il 31 Maggio del 1965 quando Jim tagliò il traguardo del celebre circuito dell’Indiana davanti a tutti, dopo aver condotto la gara per ben 190 dei 200 giri totali entrando così nella storia come il primo vincitore europeo della 500 Miglia di Indianapolis.
Dopo il 1965 Jim Clark era arrivato sul tetto del mondo. Era il pilota più forte sulla macchina più competitiva e non c’erano altri piloti in quel momento considerati in grado di batterlo. Eppure, per una serie di circostanze, le cose non sarebbero più andate come tutti si sarebbero aspettati. Nel 1966 la Lotus si ritrovò improvvisamente indietro a causa del nuovo regolamento che consentiva l’utilizzo di motori 3000 cc. Le vetture ci Chapman iniziarono la stagione con l’utilizzo di un motore Coventry Climax da 2000 cc per poi passare in corsa ad un propulsore BRM H16 tanto complicato quanto inconcludente. Clark vinse una sola gara arrivando sesto in campionato.
Solo dopo le prime due gare della stagione 1967 la Lotus trovò la soluzione a tutti i suoi problemi: Chapman raggiunse un accordo con la Ford per la fornitura del potente Cosworth DFV che si sarebbe rivelato uno dei motori più vincenti della storia della Formula 1. Furono necessarie, però, diverse gare per portare lo sviluppo del nuovo motore ad un livello decente e quando si iniziarono a vedere i primi risultati era ormai troppo tardi: nonostante i miglioramenti e le vittorie delle ultime due gare Clark dovette rinunciare al titolo per accontentarsi del terzo posto nel mondiale.

La Lotus, però, era tornata grande e all’inizio del 1968 tutti erano convinti che stavolta il mondiale non potesse davvero sfuggire dalle mani di Clark. Non fu così. Alla prima corsa in sudafrica i pronostici si rivelarono del tutto azzeccati e Clark vincendo davanti al compagno di squadra Graham Hill superò il record di successi di Juan Manuel Fangio divenendo il pilota dei suoi tempi con più vittorie in Formula 1 (25). Ma quello sarebbe stato per lui l’ultimo trionfo.
In vista della lunga pausa in attesa del secondo Gran Premio, Clark decise di prendere parte a delle gare di Formula 2. Dopo la prima corsa in Spagna, agli inizi di Aprile atterrò in Germania, ad Hockenheim, da dove non sarebbe più tornato vivo. Jim non era andato oltre il settimo posto in griglia, a causa di problemi di motore e dopo la partenza aveva perso altre posizioni. Era appena iniziato il quinto giro quando avvenne la tragedia: Clark perse improvvisamente il controllo della sua Lotus quasi al termine del rettilineo del traguardo, mentre stava impostando la prima curva a destra.
Dopo un paio di controlli non riuscì più a tenere l’auto che si diresse a circa 200 Km/h verso l’esterno della curva in direzione di una serie di alberi non coperti da protezioni. L’impatto fu violentissimo, la scocca della vettura si spezzò in due, i blocchi di motore e cambio erano in due parti diverse e i resti della Lotus si sparsero per un raggio di una ventina di metri. Per Clark, che dopo un tremendo volo, sbattè violentemente col casco in un ramo a circa 5 metri di altezza da terra, non ci fu più nulla da fare. A causare l’incidente fu, molto probabilmente, la foratura della gomma posteriore destra.

Il pilota allora più forte al mondo se ne andò così, proprio a modo suo, cioè fuori dai riflettori delle corse più importanti. Si perchè Jim Clark, nonostante la sua fama mondiale, era un uomo semplice che alle folle e ai giornalisti preferiva la vita di campagna della sua fattoria scozzese, dove tornava al termine di ogni impresa a ritrovare gli affetti dei propri familiari. Di Jim Clark sorprendevano la tranquillità, la disponibilità, il sorriso ed i modi pacati da grande signore, oltre che naturalmente le qualità di guida e l’intelligenza nella gestione delle gare che fecero di lui uno dei più grandi campioni del mondo della Formula 1 al pari di personaggi mitici come Tazio Nuvolari, Juan Manuel Fangio e Ayrton Senna.
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21 Aprile 2008 alle 19:08
Forse il più grande di tutti.
Memorabile la vittoria nel G. P. del Messico del 1966: arrivò su tre ruote, avendone persa una all’ ultimo giro (fra l’ altro fu l’ unica vittoria in F1 di un motore a 16 cilinderi, il BRM ad “H”).